
in Scrissi d'arte
Dream, i sogni al Chiostro del Bramante
Potrebbe essere il sogno perfetto, se non fosse una mostra. Un sogno di mostra – Dream, l’arte incontra i sogni, appunto – dove alle parole seguono i fatti, come rare volte accade.
Potrebbe essere il sogno perfetto, se non fosse una mostra. Un sogno di mostra – Dream, l’arte incontra i sogni, appunto – dove alle parole seguono i fatti, come rare volte accade.
A proposito di liberazione e dintorni, tre pillole di libertà tratte dal circo mediatico del 25 aprile.
C’è chi la vede come novella messia venuta a salvare il mondo, la proclama donna dell’anno in attesa di darle il Nobel. Chi l’accosta alla fraulein cara all’iconografia ariana per le sue treccine bionde e il faccino tondo, pura reincarnazione himmleriana.
È durata solo 14 anni, ma ha segnato in modo duraturo il suo tempo e il nostro.
Se ne andrà a fine aprile con la sua zazzera grigia, il faccione dal sorriso stinto e il doppiopetto in tinta.
Non abbandonate la speranza. Mai. Dice così un rigo del testamento di Lorenzo Orsetti. Guerrigliero andato a combattere e morire tra le file dell’Ypg, l’esercito di liberazione del Pkk, il partito comunista curdo, nell’ennesima ultima roccaforte dell’Isis, a Baghuz, appena liberata.
Povero Grillo. E poveri noi. L’avevamo lasciato tant’anni fa, una bella sera, nella brutta copia italiana di Versailles. Nella reggia di Caserta, quando questa non era ancora un pisciatojo dismesso e una cultivar d’ortiche e d’altri erbaggi.
Diciamolo subito: promette quel che dà, alla fine, Il segnale dell’elefante. Alla fine, ché per il resto è una (retro)storia romana del partito che seppe contendere agli assai più numerosi socialcomunisti la palma dell’antifascismo combattente.
Se non apparisse ingeneroso, potrebbe dirsi: la Cia li fa e Arthemisia li accoppia. Le mostre di Andy Warhol e Jackson Pollock, inaugurate a pochi giorni di distanza l’una dall’altra al Vittoriano di Roma, promettevano d’essere l’evento di fine anno e, in buona parte, hanno mantenuto le premesse.
Se c’è uno che incarna il motto chi la dura la vince, è lui. Vent’anni e una quantità inimmaginabile d’intoppi dopo, Terry Gilliam è riuscito a finire una pellicola che divide la critica e può dirsi un capolavoro, se non farà la fine dei suoi flop al botteghino, vedi Il barone di Munchausen o Il mondo capovolto, missing in Italy.